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+ + Lo Strano Mondo Del Cinema Horror e Underground Orientale (parte II)

di Christian Arioli


Il regista che maggiormente incarna questo tipo di film è senza dubbio Nobuo Nakagawa del quale citiamo solo qualche titolo significativo come ad esempio “La falena vampiro” (Kyuketsu-ga) 1956, “Il baratro di Kasane” (Kaidan Kasanegafuchi) 1957, “La donna vampiro” (Onna-Kyuketsuki) 1959 e lo stupendo (oltre che abbastanza truculento) “Hell” (Jigoku) a.k.a. “Inferno”del 1960 sul quale torneremo certamente più tardi quando descriveremo alcuni di questi film più significativi. Un altro importante regista è Masaki Mori col suo "Yotsuya Kaidan" del 1956 e il bravissimo Kenji Mizoguchi autore di un capolavoro come “Racconti della Luna pallida d’Agosto” (Ugetsu Monogatari) 1953 uno dei non moltissimi film usciti in Italia. Da qui ci spostiamo sul fronte degli anni 60 che si caratterizzano in modo molto diverso rispetto al decennio precedente perché assistiamo ad una sorta di nuova epoca per questo genere di prodotti che muta volto aprendosi a diverse commistioni di genere meno purista di prima e più consono al periodo in cui si sta vivendo. Si producono, ad esempio, una serie di porno-fantastici da noi invedibili ma, se vi consola, di difficile reperimento anche per gli stessi collezionisti dagli occhi a mandorla; è Ishiro Honda che ci regala un horror molto particolare e visionario come “Matango il mostro” (Matango) del 1963 dove alcuni uomini scoprono su di una misteriosa isola strani funghi che mangiati danno luogo ad una trasformazione del corpo causando il terrore nel gruppo (non mancano neanche qui riferimenti sessuali più o meno espliciti, basta immaginare cosa potrebbe rappresentare il fungo...). E’ dello stesso anno uno dei capolavori del cinema horror del Sol Levante: “Kwaidan” (Kaidan) di Masaki Kobayashi nominato nel 1964 all’Academy Award vincendo anche la palma d’oro come Best Film Award al Festival di Cannes; Kaneto Shindo, altro maestro riconosciuto anche all’estero, dirige “Onibaba-Le assassine” (Onibaba) del 1964 in cui una nuora e la suocera, per poter sopravvivere all’epoca dei samurai, col marito morto in guerra, uccidono i guerrieri che capitano dalle loro parti per rivenderne le armature e le armi in cambio di un po’ di farina; e “Kuroneko” (Yabu No Naka Kuroneko) del 1968, in cui, anche qui, una giovane donna e la suocera, vengono uccise da un samurai e tornano dalla tomba per vendicarsi di tutti i samurai tagliando loro la gola, con un finale a sorpresa davvero molto suggestivo : (!) per eliminare i due fantasmi viene chiamato un giovane guerriero il quale però soccomberà e si scoprirà essere rispettivamente marito e figlio delle due donne-fantasma.
Della metà degli anni 60 sono invece alcuni prodotti di un regista, Hajime Sato, che hanno visto la luce anche qui da noi: “Il pozzo di Satana” (Kaidan Semushi Otoko) del 1965 interessante perché emula un poco le atmosfere care a registi italiani del calibro di Freda e Bava, “I mostri della città sommersa” e “Il ritorno di Diavolik” del 1966 ed infine, il più famoso, il delirante “Distruggete DC 59: da base spaziale a Hong Kong” del 1968. Sono anni proficui questi per il cinema di genere nipponico e così ecco un altro grande regista apparire sul fronte di un genere che ancor oggi continua ad esistere ed è diventato un fenomeno quasi incontrollabile: il sado-movie. Artefice di questi primi prodotti è il maestro Teruo Ishii che con la serie “Joys of Torture” realizzata tra il 1968 e il 1973 inaugura un filone che mostra torture su povere donne maltrattate in tutti i modi e sottomesse ai capricci del maschio in cui si identifica una profonda misoginia nella cultura giapponese che a noi occidentali risulta ancor più cruda non concependo queste ideologie. Il primo film (che insieme a molti altri tratteremo meglio in seguito) è “Tokugawa History of Women Punishment” (Tokugawa Onna Keibatsuki) seguito da “Tokugawa: Women Genealogy” (Tokugawa Onna Keizu) entrambi del 1968. L’anno successivo ne vengono realizzati ben cinque: “Tokugawa Tattoo History: Torture Hell” (Tokugawa Irezumi Shi Seme Jigoku), “Decadent Edo Women Genealogy: Brutality, Abnormal, Abusive” (Genroku Onna Keizu: Zankoku, Ijo, Gyakutai Monogatari), “Shameless: Abnormal and Abusive Love” (Ijo Seiai Kiroku Harenchi), “Meiji Era, Taisho Era, Showa Era: Grotesque Cases of Cruelty To Woman” (Meiji/Taisho/Showa: Ryoki Onna Hanzaishi) ed infine “Yakuza Torture History: Lynching !” (Yakuza Keibatsuki: Rinchi !) l’unico in cui i supplizi sono inflitti a uomini e non a donne. Passano alcuni anni e nel 1973 viene realizzato l’ultimo episodio: “Porno Samurai Theater: Bohachi Code of Honor” (Porno Jidai-Geki: Bohachi Bushido). La stranezza di questi film è che tutti sono prodotti dalla Toei, ossia una delle più importanti case di produzione giapponesi ed infatti, la cura della fotografia e dei piccoli dettagli, si nota molto così come gli splendidi abiti d’epoca e, fondamentali, gli efferatissimi effetti speciali molto gore (anche se, in alcuni di questi episodi, lo splatter è praticamente assente per dare risalto a situazioni morbose o comunque malsane). In conclusione, di Teruo Ishii ricordiamo anche “Horror of A Deformed Man” (Kyofu Kikei Ningen) a.k.a. “Horror of a Malformed Man” del 1969 tratto da un racconto di Edogawa Rampo il cui pseudonimo deriva dalla pronuncia con la quale in Giappone si intende Edgar Allan Poe.

 

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