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+ + Lo strano Mondo Del Cinema Horror e Underground Orientale (parte IV)

Una serie di grandissimo successo è quella iniziata nel 1988 col celeberrimo “Guinea Pig” (Za Ginipiggu) che ha lanciato un genere di film in cui la trama non ha importanza ma dove l’unico vero scopo è lo shock. In questi veri e propri haiku (poesie molto brevi simili per certi versi al nostro ermetismo) ultra splatter in cui assistiamo ad ogni tipo di mutilazioni fantasiose e decisamente vicine alla realtà tant’è, così narra la legenda, Charlie Sheen ha denunciato il primo film della serie all’ F.B.I. perché pensava di essere entrato in possesso di un vero snuff movie !
Noisy Requiem” (Tsuito No Zawameki) del 1989 di Kyoto Matsui è da considerare come una delle pellicole più assurde degli ultimi anni in cui sono narrate le vicende di un reietto della capitale nipponica amante delle bambole gonfiabili che fa l’aiutante di una coppia di nani scopatori. E’ ancora dello stesso anno anche “The Discarnates” (Ijintachi Tono Natsu) di Nobuhiko Obayashi di cui torneremo a parlare nell’apposita sezione dei film recensiti.
Ma il film più importante, perché ha portato nuova linfa al cinema underground giapponese, è senza ombra di dubbio “Tetsuo, l’uomo d’acciaio” (Tetsuo) del bravo Shinya Tsukamoto sempre datato 1989. Ed è questo uno dei principali temi del cinema horror nipponico ossia la mutazione dei corpi, probabilmente dovuta alla tragedia di Hiroshima che ha decisamente sconvolto nel profondo dell’animo la popolazione tutta. In molti film possiamo appunto trovare questo tema così suggestivo, quello della carne che si trasforma, che muta nell’aspetto e nella concezione umana, che si unisce, amalgama ad altre sostanze, che si fonde con gli oggetti che trasfigura i corpi e li devasta in un susseguirsi di angosce e paure per il nuovo stato a cui si è giunti. “Sweet Home” (Suiito Homu) 1989 di Kiyoshi Kurosawa vanta invece gli effetti di un maestro del calibro di Dick Smith (effettista de “L’Esorcista” tanto per citarne uno) e racconta di una casa infestata nella quale si introduce una troupe televisiva per indagare sui fenomeni paranormali che qui avvengono. E’ un film pieno d’azione dove si può assistere ad un carnet di situazioni tipiche del genere horror: mostri, liquefazioni facciali, ammazzamenti sanguinosi... senza comunque aspettarsi chissà che cosa d’innovativo. Resta in ogni caso un buon esempio di horror orientale che fa decisamente l’occhiolino ai canoni più vicini ai nostri occidentali.
Gli anni 90 sono “storia” recente e i film prodotti in questo periodo sono per certi versi più facili da reperire per noi Europei rispetto ai film sin qui citati. In seguito al successo della serie dei Guinea Pig altri registi si sono cimentati nel realizzare storie strutturalmente simili ed è il caso della trilogia "All Night Long" di Katsuya Matsumura iniziata appunto con All Night Long (Ooru Naito Rongu) del 1992, seguita da All Night Long 2: Atrocity (Ooru Naito Rongu: Sanji) del 1994 e conclusasi con All Night Long 3: Final Atrocity (Ooru Naito Rongu 3: Sanji) del 1996. C’è un filo conduttore, o teoria di base, che unisce i film: secondo il regista come in certe specie di uccelli, quando in un gruppo ce n’è uno diverso dagli altri o più debole, costui viene beccato dai suoi simili fino a quando non viene ammazzato e questo concetto ornitologico viene applicato agli studenti delle superiori giapponesi. Nel primo capitolo vediamo come tre giovani, dopo aver assistito ad un brutale omicidio, si trasformino in implacabili giustizieri di una banda che ha stuprato una loro amica. Per quanto riguarda il secondo episodio dobbiamo ricordare che ha avuto non pochi problemi con la Eirin (commissione di censura) per la violenza e il messaggio offensivo che portava alla società ed ha perciò avuto parecchie noie distributive visto che nessun cinema era disposto a proiettarlo. Ma a parte questo veniamo al succo della trama la quale ruota attorno alla figura dello sfigato di turno che durante le vacanze estive viene perseguitato da una banda di omosessuali il cui leader è un sadico che compie ogni sorta di atrocità come ad esempio seviziare una ragazza, drogarla, violentarla e via discorrendo. Nel finale i due si affronteranno in una lotta all’ultimo sangue. L’ultimo capitolo è qualcosa di assurdo, malato e depravato ma carico di un fascino non indifferente anche se a tratti risulta essere molto lento. Qui il protagonista è un altro nerd con una passione sfrenata nel collezionare la spazzatura della sua vicina (le prende gli assorbenti usati per sapere quando ha il ciclo; dai pettini usati stacca i suoi capelli e li conserva in sacchetti ermetici; spia masturbandosi le coppie in un hotel...). Possiamo dire che qui troviamo tutte le perversioni tipiche del popolo nipponico ossia il feticismo, la tortura, la misoginia, il voyeurismo... In una delle sequenze migliori del film vediamo il nostro impegnato ad abbrustolire con un phon una povera ragazza che prima era stata stuprata da una banda di teppisti, poi è stata portata a casa sua e legata al letto per giorni e torturata a morte ma con un’ingenuità che quasi incute tenerezza anziché orrore, ed è forse questo il punto forza del film.
Meno apprezzabile dal punto di vista narrativo è "Evil Dead Trap 2: Hideki" (Shiryo No Wana 2: Hideki) di Izo Hashimoto del 1991 che racconta di una proiezionista che passa il tempo ad ammazzare prostitute e a macellarle estraendone gli intestini il tutto inframmezzato dalla relazione di amore-odio che c’è tra la protagonista ed una sua amica attratte dallo stesso ragazzo che porterà le due a fronteggiarsi nel sanguinoso finale. Il film comunque non è un granché e per certi versi delude le aspettative di chi aveva apprezzato il primo. "Lost Paradise" di Masami Akita del 1991 è un film angosciante perché ci da la possibilità di assistere ad un hara kiri da parte di una giovane donna nei suoi dettagli più macabri; per non parlare dei vari shockumentari a base di corpi ridotti ad ammassi irriconoscibili di carni insanguinate, teste ridotte alle dimensioni di una sottiletta e amenità del genere tutti realmente autentici perché prelevati da filmati della polizia o di qualche videoamatore; un titolo su tutti, anche perché non di difficile reperibilità presso i collezionisti, è "Death Women": se lo troverete non ve ne pentirete! Di questi tipi di documentari ce ne sono un’infinità per cui sarebbe da intavolare un discorso a parte che ci farebbe dilungare eccessivamente per cui, con questo, terminiamo la sezione dedicata al cinema giapponese dando appuntamento prossimamente alle recensioni dei principali film citati in neretto per una più dettagliata schedatura degli stessi.

 

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