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+ * Cronaca dal Joe D'Amato Horror Festival

Venerdì 28 Ottobre 2005 si è aperto ufficialmente il “JOE D’AMATO HORROR FESTIVAL” a Livorno. Dopo l’inaugurazione e due pellicole come “Emanuelle in America” e “Mamba”, alle 14:00 è iniziata la proiezione del primo blocco di cortometraggi in gara. Ad aprire le danze è stato “UN UOMO NERVOSO” di Alberto Carbone ispirato al racconto di E. A. Poe “Il cuore rivelatore” decisamente ben girato e interpretato con una suggestiva colonna sonora anche se a tratti si dimostrava un po’ ripetitivo nei meccanismi della trama.

Poi è venuta la volta di “NO MORE… EVA !” di Christian Arioli in cui ho notato una forte componente autoironica nel mostrare sequenze surreali e improbabili (come quando viene inciso il collo della protagonista con un taglia vetro !) che denotano la goliardia del film. Nota di merito va attribuita, oltre alla già citata protagonista davvero impressionante nella sua statura, agli effetti speciali, i migliori visti da parecchio tempo in qua, ben girati, soprattutto nel gran finale splatter. A seguire “KRANK” di Sergio Santilli e Gianrico Di Gennaro, lavoro con una struttura e un montaggio da videoclip con una bella fotografia ma dalla trama leggermente incomprensibile.

Sicuramente il miglior prodotto è stato “SPAGHETTI HAIKU” di Matteo Scifoni con un’ottima fotografia e con una notevole tecnica cinematografica; anche gli attori sono stati all’altezza e il tutto direi che è stato ben confezionato e girato. Unica pecca (e grave se non fossimo al Joe D’Amato Horror Festival): di horror neanche l’ombra, sarebbe andato meglio a Corto 5, il che è un complimento. PORTRAITS” di Claudio Dezi, vincitore a Cuveglio, mi è piaciuto moltissimo per il modo in cui è stata costruita la suspence (molto brava la protagonista) ma il finale mi ha personalmente deluso perché rende inconcludente il film, peccato.

L’ANIMA E IL TEMPO” di Daniele Torquati è ingiudicabile visto che più che un corto sembrava di assistere ad un promo di un prossimo lavoro, rimandato. “UNEXPECTED” di Federico Mels Colloredo ed Emanuele Puccini ha dalla sua parte un discreto soggetto intimista, semplice ma efficace mentre sono rimasta un po’ esterrefatta da un uso a volte molto buono a volte pessimo della videocamera: si va da scene con montaggio al cardiopalma e ben strutturate a carrellate con fuori fuoco imbarazzanti. Anche in questo caso però c’è poco horror. Il primo blocco quindi vede in realtà soltanto tre corti (più “Krank” a parte per via di una sceneggiatura che strizza l’occhio più al dimostrare (e mostrare) come i due registi siano più bravi a creare immagini surreali che non a impegnarsi nella realizzazione di una storia vera e propria) in grado di rispettare le tematiche orrorifiche del festival: “Un uomo nervoso”, “No More… Eva !” e “Portraits” anche se ripeto sia stato “Spaghetti Haiku” la miglior realizzazione ma non è in questo Festival la sua collocazione.



Terminati i corti è arrivato in platea l’attore Venantino Venantini insieme ad altri ospiti tra cui Antonio Tentori e, tra il pubblico, Marco Giusti. E’ stata una simpatica chiacchierata tra amici dove Venantino ha raccontato divertenti aneddoti coloriti accaduti sui vari set dei film ai quali ha partecipato, dopodiché è partita la proiezione de “La via della prostituzione” di Massaccesi/D’Amato.





Nonostante non sia potuta restare al Festival per l’intera durata come in programma per motivi personali, ho potuto apprezzare gli sforzi dei ragazzi dell’ ”Associazione Cinematografica Nido del Cuculo” che sono riusciti ad organizzare questo Festival nonostante molte difficoltà, una per tutte il diniego da parte del Comune di Livorno di fornire contributi in denaro ma quel che è peggio è stato multarli per aver affisso i manifesti per la città. Direi che questa è in sintesi la verità: un paese come l’Italia che anziché aiutare, spingere, invogliare i giovani ad iniziare o proseguire sulla strada del cinema indipendente non solo si limita ad ignorare tutto questo ma ci mette pure del suo per impedirne il proseguo mettendo loro i bastoni tra le ruote.



Marta Pelizzari





 

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