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Le interviste di Christian Arioli




IL CINEMA DEI GENERI: INTERVISTA AL REGISTA CESARE CANEVARI

Cesare Canevari, classe ’27, è uno di quei registi della scuola Milanese che sono riusciti a lasciare una certa traccia del loro passaggio nel nostro cinema. Un uomo di mestiere che ha saputo imprimere una sua impronta personale nel miasma dei filmetti di quel periodo. Un cineasta che ha toccato molti generi senza mai fissarsi su uno in particolare. Nella sua filmografia troviamo, tra i principali lavori, western (Per un dollaro a Tucson si muore, Matalo !), spy-movies psichedelici (Una jena in cassaforte), intimisti (Io, Emmanuelle),eros-drama (La principessa nuda) e il nazi a sfondo romantico (L’ ultima orgia del III Reich). Ho avuto il piacere di conoscere Cesare Canevari quest’ estate quando l’ ho contattato per poter fare quattro chiacchiere con lui e avere un suo giudizio su Presenze Notturne, lo sceneggiato che avevo appena ultimato. E’ stata con la sua collaborazione che ho realizzato il promo del mio prodotto, visibile in versione ridotta su questo sito. Ed è proprio con lui che ho voluto inaugurare questa sezione, inserendo un’ intervista fatta un sabato mattina di gennaio nel suo studio.

Com’è iniziata la sua carriera cinematografica ?
- Per caso. Nel 1964, un certo De Fina, avrebbe dovuto dirigere "Per un dollaro a Tucson" si muore (lui era un giornalista più che un regista) di cui io ero produttore, un western girato in Jugoslavia con attori locali tra cui un Americano che si fece male quasi subito e dovette girare fino alla fine ingessato ! All’ultimo De Fina decise di ritirarsi per dei suoi motivi e io, per non perdere i soldi, ho per forza dovuto mettermi dietro alla mdp. E’ un film che non è uscito per niente bene, troppi intoppi, troppe grane e per di più un operatore ha rovinato il risultato finale perché per non sbagliare, ha usato per tutte le riprese un solo obiettivo da 32 appiattendo così le immagini. A questo punto mi sono detto: se vuoi continuare a fare cinema devi studiare ed imparare le luci, gli obiettivi e tutto il lavoro che c’è dietro la cinepresa.

Lei ha diretto films di generi differenti: un modo per non essere etichettato ?
- Sicuro ma anche perché era quello che mi veniva richiesto. Purtroppo fare cinema non è solo esprimere la propria arte ma è anche un mezzo per guadagnare e far guadagnare gli altri, perciò spesse volte bisognava creare storie che seguivano un po’ il filone del momento.

La maggior parte dei suoi lavori sono stati girati a Milano: è stata una sua scelta ?
- Certamente. Non ho mai voluto andare a Roma per girare i miei film perché non mi trovavo bene. Preferivo restare qua a Milano dove tutto per me era più congeniale. Alla fine non c’era bisogno di andare nella Capitale per fare cinema, se volevi avere dei doppiatori molto bravi di là bastava ingaggiarli e farli venire a Milano. Certo, per la stampa dei negativi qui non eravamo attrezzati ma per il resto...

Qual è, se c’è, il lavoro al quale è più affezionato e perché ?
- Ah, "Io, Emmanuelle". Era proprio il genere di film che amavo fare, stile francese: ero innamorato di quelle atmosfere intimiste che ho poi riprodotto nel mio film. Non so perché ma mi affascinano tutt’ora. Io, Emmanuelle è andato molto bene soprattutto all’ estero, in Inghilterra. Alla Cineriz ho dato l’Italia e l’estero per 55 milioni circa. Il film uscì con una critica balorda a Roma mentre a Londra, in contemporanea a un film di Fellini (di cui non ricordo il titolo), mi fecero un’ ottima critica su un giornale che diceva più o meno così: “Per fortuna che nel tal cinema è uscito il film di Cesare Canevari Io, Emmanuelle girato con mano esemplare” anche se non è questo l’aggettivo corretto. Tant’è che la Cineriz mi ha chiamato e m’ha mandato il ritaglio di questo giornale. Però mi ha dato solo quei 55 milioni di cui ti ho parlato prima e non una lira di più. Purtroppo poi ti devi affidare alle persone con cui hai a che fare e non sempre le cose vanno come vorresti.

Parliamo dei suoi films principali: Una jena in cassaforte è un film psychotronico, Andy Warholiano, di certo non convenzionale.
- La Jena è il mio primo vero film. Gli attori erano tutti non professionisti, pensa che tra questi c’era pure il mio avvocato; la sola, diciamo professionista, era la Gaioni. Purtroppo questo film non è riuscito al cento per cento per via di facce poco cinematografiche, o meglio, non avevo attori importanti che potessero fare cassetta, anche se il prodotto sembrava girato con molti più soldi di quelli che spesi in realtà, tant’è che un distributore, vedendolo, mi disse: “Canevari, lei avrà speso 200 milioni...” e io “Sì !”. Comunque Una jena in cassaforte ha della tecnica, ho usato diversi obiettivi, ho messo in pratica ciò che avevo imparato e si vede. Ripeto: sicuramente si sarebbe potuto fare di più con un budget più elevato e diversi attori. Però quelli erano altri tempi ! Pensa, un sabato ho radunato la troupe perché non potevo pagarli. “Non si preoccupi” mi dissero, “quando vogliamo cominciare, lunedì ? Va bene, alle nove siamo qui”. “Guardate che vi potrò pagare sabato prossimo”. “Va bene”. E poi facevamo, 10 ore, 12 ore... Oggi sarebbe una cosa improponibile. Attenzione, non parlo solo nel cinema, in tutti i campi !

"Matalo !" è senza ombra di dubbio il mio film preferito. E’ un altro esempio di cinema fuori dagli schemi. Un non-western dove l’ambientazione tipica del genere è usata per raccontare una storia dove la regia sembra distaccata come a voler documentare la scena lasciando pieno giudizio allo spettatore.
- "Matalo !" aveva una fotografia bellissima, fatta da un grandissimo direttore della fotografia iberico al quale ho chiesto di tenermi un taglio particolare e me l’ha mantenuto per tutto il film: bravissimo ! E poi c’era un cast mica da ridere: Corrado Pani, Lou Castel e l’attrice spagnola, Claudia Gravì, oltre ad essere bellissima è stata molto brava. In Spagna ha anche vinto un importante premio e conservo una lettera del produttore spagnolo che si complimenta con me perché non gli era mai capitato di collaborare ad un lavoro così ben fatto e riuscito. E poi sì, non è per niente un western convenzionale, ho voluto creare qualcosa di innovativo ma senza inserire chissà quali messaggi, volevo soltanto raccontare una bella storia, tutto qui, con l’intuizione dei dialoghi ridotti all’osso che funzionano molto bene. Non è stata mia intenzione fare una regia distaccata, semi-documentaristica, anche se a qualcuno potrebbe suscitare questa impressione.

"L’ ultima orgia del III Reich" si può definire nazi-movie. E’ stato girato per seguire la moda del momento o nasconde un altro intento ? Avere ad esempio precedenti lavori come l’inevitabile "Salò", "Salon Kitty" e affini ha creato problemi per la scrittura di un film che voleva essere diverso dal resto del genere ?
- E’ principalmente un film d’amore, l’amore tra una ex detenuta ebrea e il suo aguzzino, questo era quello che mi interessava raccontare. Poi il resto, le scene di violenza, le torture, il sesso... tutte cose che ovviamente ho inserito per seguire quello specifico filone. Non volevamo dare nessun’altra rilettura ai film nazi, volevamo creare un buon film e alla fine credo di esserci riuscito. La location principale era sul lago d’Iseo (a Montisola – ndr), era molto suggestiva mentre gli interni li abbiamo girati a Monza, al Palazzo Reale.

Non vi hanno creato problemi per girare la scena dell’ orgia finale in quella location ?
- No perché alla fine basta pagare e non ci sono problemi per nessuno.

Com’ erano i rapporti con i suoi colleghi: c’ era rivalità ?
- Più che rivalità direi che c’era invidia, nell’ ambiente si sparlava un po’ alle spalle: prima ti facevano i sorrisini e poi... Ce n’era uno, di cui non ricordo il nome, aveva girato un solo film, a Milano, ecco, quello aveva questo vizio. Per il resto non ho mai avuto problemi. Per esempio con Cavallone, il padre, mi sono sempre trovato benissimo, non ci sono stati mai screzi tra di noi. Ci si vedeva, si ragionava di cinema ma alla fine anche con gli altri, escluso quel tizio.

E coi suoi attori ? Ha mai avuto problemi con loro ?
- Niente di particolare, mi sono sempre trovato bene con tutti anche perché mettevo subito le cose in chiaro per evitare problemi poi. C’era la Tina Aumont... era una delle migliori attrici con le quali ho lavorato, una delle più preparate. Era un animale della macchina da presa, bucava l’ obiettivo ! Purtroppo però faceva uso di stupefacenti: una volta è venuta sul set che non si reggeva in piedi e abbiamo dovuto costruire una sorta di binario per far sì che riuscisse a camminare dritta. Ad un certo momento però io le andavo dietro cercando di convincerla a non prendere altra droga perché avremmo potuto fare delle grandi cose. Diceva di sì ma poi...

Che rapporto ha con la musica ?
- Sceglievo i musicisti poi chiedevo loro il tipo di colonna sonora che volevo mi scrivessero. Per esempio, in Io, Emmanuelle, volevo dal maestro Ferrio una canzone subito motivo, senza refrain, così lui l’ha scritta, dopodiché ha chiamato per cantarla Mina la quale si trovava a Parigi. E’ arrivata a Roma con l’aereo, ho mandato una macchina a prenderla, siamo andati in sala, le hanno fatto ascoltare la musica una volta, l’ha fatta: era perfetta. Ci ha salutati ed è ripartita, eccezionale !

Perché ha smesso col cinema ?
- Per la crisi del cinema. Quando si fa un film ci devono essere almeno tre presupposti: il capitale, il noleggio e le vendite all’ estero. Se non si ha la possibilità di chiudere queste tre cose è inutile farlo perché si perderà di certo. Se il noleggiatore non è interessato non ti dà nemmeno la possibilità di far uscire il film; per le vendite all’estero ti fanno dei budget da 100-200 milioni garantiti poi, quando vai a vedere, e l’esperienza conta, quando vai a tirare le somme, 10-20 milioni... E il capitale è quello che soffre. Quando termini un film e lo mostri al noleggiatore e questi dice che sarà un flop difficilmente si sbaglierà. Ecco perché da quel momento ho cercato di avere dei produttori: chi anticipa i soldi deve mantenere sia la distribuzione che l’esercizio e quindi il produttore, colui che ha messo primo i soldi, sarà l’ultimo a prendere le briciole. Ti faccio un esempio: il mio amico Cavallone, il padre, ha perso una fortuna per aiutare il figlio a lavorare nel cinema, e il figlio non era mica male. Purtroppo però i suoi prodotti non hanno mai fatto una lira nel senso di guadagno vero e proprio. Figuriamoci fare un film oggi, è impossibile ! Ormai sono rimasti solo gli americani, i grandi complessi a Roma tipo Cecchi Gori e qualcun altro che hanno le mani in pasta a grandissimo livello e possono quindi vivere di cinema.

Quindi mi sta dicendo che fare cinema è diventato troppo costoso. Allora perché non girare in digitale per abbattere le spese ?
- Già ai miei tempi si girava su nastro poi c’erano degli stabilimenti a Londra dove si andavano a gonfiare i film su pellicola. Ma anche qui i costi erano elevati, costavano 5 milioni al metro. Comunque sì, il digitale, per quanto non lo conosca molto, penso sia l’unico modo per fare cinema a basso costo di questi tempi.

Perché secondo lei in Italia si è smesso di fare cinema di genere ?
- Perché siamo condizionati dalle richieste di mercato. Quando iniziai a fare cinema mi chiedevano i western perché andavano, se lo fai adesso non incasserai una lira. Il noleggio non ti permetterà mai di girare in Italia oggi uno spaghetti western perché sa che il pubblico si rifiuterebbe di andarlo a vedere. L’unico genere che ancora funziona è la commedia all’italiana. Ad esempio ora ho una distribuzione di videocassette e tutti mi chiedono proprio questo genere; posseggo una serie di 80 TV movie americani, belli, patinati che nessuno vuole. Anche all’estero questo genere funziona perché bisogna tenere presente che innanzitutto costano molto meno rispetto ai grandi film americani e inoltre ci sono molti italiani all’estero. Ci sono poi altri film di un certo spessore però fanno la fame rispetto a quest’altri. Il pubblico non ha più voglia di pensare.

Lei è stato anche produttore: come ci si sente dall’ “altra parte” ?
- Non è per niente facile e remunerativo fare il produttore. E’ quello che ci guadagna di meno. Ci perde sempre. Il produttore non può non pagare i dipendenti, siano essi attori, la troup, elettricisti... Il cinema italiano è nato per mantenere in vita Roma, io lo dico sempre, anche ai romani, ecco perché non ho mai girato a Roma. E all’estero è uguale. Quando tu hai bisogno di sfruttare il tuo prodotto in altre mani è così. Si salvavano soltanto coloro i quali erano finanziati dal governo e prendevano 1 miliardo, 1 miliardo e mezzo, realizzando poi il film (che non sarebbe mai uscito) solo con 700 milioni incassandosi la differenza. E’ vero che poi devi ritornarli ma basta che chiudi la società... Adesso i fondi sono più difficili da ottenere tramite lo Stato. Ci sono società che distribuiscono questi film, però non vanno, sono fermi. Il negativo non è tuo, è in garanzia alla banca che ti ha prestato i soldi, praticamente non sei padrone di nulla fino a che il film non ritorna con gli incassi che vadano a coprire il finanziamento. Una volta invece giravano le cambiali, montagne di cambiali; quando feci nel 1976 La principessa nuda avevo un sacco di cambiali protestate e guarda che il film ha incassato.

C’ è stato il cosiddetto cambio generazionale ?
- Sì c’è stato, anche se i nuovi registi sono legati agli schemi di chi mette i soldi, o da chi vuole il prodotto per distribuirlo. Non è facile per i giovani.

Progetti futuri ?
- Adesso sto scrivendo un nuovo film, intitolato “Tua”, stile francese, ricorda le atmosfere e i temi che ho creato in Io, Emmanuelle, ma può darsi che non me lo accettino. Io soldi da mettere nel cinema non li ho più e non ne voglio mettere. Se trovo un produttore potrei anche tentare di farlo anche se è dura tornare a dirigere una troupe, dalla mattina alla sera, anche tu l’avrai provato... Perché sai ci sono coloro i quali si riposano ma noi registi non riposiamo mai. Insieme col direttore della fotografia deve essere sempre presente mentre gli attori magari girano tre giorni, poi se ne stanno a casa due... E poi attenzione, con l’orologio in mano ! Io lavoravo 10-12 ore al giorno, adesso mi dicono che quando si finiscono le 7-8 ore se vanno tutti, a volte non vogliono fare nemmeno gli straordinari ! Non so se riuscirei a farcela. Purtroppo mi accorgo io stesso che non ho più l’elasticità di un tempo; quando giri un film devi ricordarti bene tutto quanto, devi avere tutto sotto controllo. Mi dovrei far affiancare da un aiuto regista veramente in gamba che mi possa dare una mano. Non so, voglia di fare cinema ce n’è, non starei certamente a scrivere una nuova storia a 78 anni !

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