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Le interviste di Christian Arioli




MONDI FIABESCHI DELL'ORRORE: INTERVISTA AL REGISTA STEFANO BESSONI

Stefano Bessoni è un regista che, viste le premesse, fa ben sperare per un roseo futuro del cinema italiano di genere. Uno stile il suo che deriva dal mondo delle fiabe, quelle storie raccontate ai bambini ma che in realta' non sono propriamente da bambini. Il suo mondo è costellato di strani personaggi che sembrano usciti da disegni fatti per essere inseriti in un film di Tim Burton e proprio a questo regista il nostro Stefano sembra avere più di un elemento in comune. E poi c'è anche un pizzico del buon vecchio Pupi Avati che non guasta mai.

Raccontaci qualcosa di te.
- Non saprei… potrei risponderti con le parole di Peter Morgenstern, il mio alter ego cinematografico: “Che dirvi di me?... So disegnare. So fotografare. So scrivere. So filmare… Ho un brevetto da palombaro ed uno per guidare i dirigibili ed i palloni aerostatici. Non so guidare le automobili, ma non me ne preoccupo troppo, in fondo ci sono i tram, i treni, le biciclette e oltretutto ci son sempre le gambe. Io ho buone gambe e stranamente credo di avere anche una buona testa, al contrario di ciò che si dice in questi casi La mia formazione è legata al disegno, alla pittura e all’illustrazione. Prima di approdare alla realizzazione di opere cinematografiche ho trascorso anni ad inventare un universo su carta popolato da centinaia di personaggi che non aspettavano altro che l’incarnarsi nel corpo di un attore per poter esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni, le proprie ossessioni. Penso che questo sia estremamente importante perché mi pone nei confronti del mezzo cinematografico come creatore d’immagini, sperimentatore visivo e mi impone di utilizzare la macchina da presa come uno strumento ideale per dare vita al mio mondo immaginario, come sorta di pennello magico che permette ai miei personaggi di staccarsi dal foglio di carta. Credo nelle enormi potenzialità della tecnologia digitale e vorrei lavorare e sperimentare proprio con questi mezzi, al fine di poter intervenire sul colore, sulle luci, poter inserire elementi inesistenti, cancellare elementi reali. lavorare insomma sul supporto filmico come fa un pittore sulla carta. E’ una strada nuova da percorrere ma con potenzialità stupefacenti e le opere realizzate da vari autori fino a questo momento confermano l’enorme validità di tali strumenti.

Come è nata la passione per il cinema ?
- Pensavo che un giorno avrei fatto lo zoologo, o forse il medico. In alcuni momenti della mia vita ho sentito la vocazione di diventare becchino, ma non ho mai capito bene come fare (mi dissero che si viene assunti per concorso con il ruolo di operatori ecologici cimiteriali. Boh..). Ripiegai così sugli studi universitari di biologia, in quel periodo studiavo i pipistrelli ed ero uno dei pochissimi ricercatori italiani specializzati in chirotteri. Passavo tutto il giorno in grotta e sembravo anche io un organismo troglobio (pensare che ho paura del buio e dell’uomo nero). Ma la mia fantasia mi creava non pochi problemi con il rigore imposto dalla scienza e un giorno appesi il camice al chiodo. Poi casualmente, mentre facevo l’Accademia di Belle Arti accadde qualcosa. Frequentavo il corso di regia e venni folgorato dal grande cinema d’autore europeo. Era l’anno in cui uscì “Il cielo sopra Berlino” di Wenders… una folgorazione. Poi conobbi il cinema di Greenaway e capii che forse anche io potevo essere come lui. Il cinema improvvisamente divenne la mia strada. Herzog, Fellini, Jodorowsky, Polansky…

I tuoi primi lavori (e per certi versi anche "Frammenti di scienze inesatte" in cui compaiono pupazzi in stile "Dark Crystal") sono caratterizzati da temi che riguardano soprattutto il mondo delle favole: cos'è che più ti affascina di questi mondi ?
- Le fiabe ed il mondo dell’infanzia sono un elemento fondamentale della mia poetica. Io, nel fare film, mi sento un narratore di favole, un burattinaio fremente di dare il via al suo spettacolo. E penso che la gente ami abbandonarsi in balia di chi l’accompagna in un mondo sconosciuto tutto da scoprire. E’ l’animo dell’eterno fanciullo che è in ognuno di noi, che non aspetta altro che di essere svegliato dal suo torpore. E’ chiaro che sono affascinato dai grandi burattinai: Jim Henson e l’ universo oscuro di “Dark Crystal”, Jan Svankmajer ed i fratelli Quay, con le loro polverose animazioni a passo uno, Tim Burton, con i suoi morticini scricchiolanti e colorati. Mi piace la dimensione irreale delle favole, ma che allo stesso tempo è più reale del reale. Tutto è possibile, ma non casuale. Il sogno si trasforma in incubo, il mite omino in orco, la tenera vecchina in strega. I bambini sono fatti a pezzi e divorati dai genitori per poi tornare come spettri vendicativi. Mi affascina tutto questo e mi piace lavorare sul potenziale iniziatico tipico della fiaba. La fiaba diviene l’immagine speculare del mondo reale dove i pericoli sono narrati per mettere in guardia il bambino ignaro che si prepara ad affrontare il mondo. I fratelli Grimm, E.T.A. Hoffman, Christian Morgenstern, Collodi, Lewis Carroll… ecco i veri ispiratori del mio cinema.

Come sei passato dal corto e mediometraggio al lungo ?
- Non amo il corto. Le mie storie hanno bisogno di tempo per essere raccontate. E poi per i corti non c’è mercato, se vuoi vivere facendo cinema, l’unico modo è cercare di fare lungometraggi per la sala. Il corto va bene come cosa personale, come taccuino d’appunti, come biglietto da visita. Il cinema è lungo. Io pago il biglietto e per due ore mi stacco dalla realtà facendomi accompagnare in un mondo sconosciuto. E’ un viaggio. E non amo fare brevi gite.

"Frammenti di scienze inesatte" sembra essere un film davvero molto interessante che ricalca le atmosfere di film come "L'arcano incantatore" oppure "La casa dalle finestre che ridono" ma anche alcune linee narrative tipiche degli sceneggiati Rai come "Il Segno del Comando" e "Ritratto di donna velata"... Com'è nata l'idea di girare questo film ?
- Volevo creare un piccolo film per farmi conoscere e poter far circolare vari progetti. “Frammenti di scienze inesatte” è un film anomalo che non si appoggia alle tipiche strutture del film di genere. E’ piuttosto una sorta di taccuino di appunti, ricolmo di schizzi e di note sulle occupazioni di una serie di personaggi incontrati casualmente lungo la strada. Doveva inizialmente essere un finto documentario su una serie di studiosi dediti a discipline anomale, le scienze inesatte per l’appunto. Poi, mettendo insieme le varie storie, ho sentito il bisogno di creare un legame tra i vari personaggi e di gettare i presupposti per lavori più complessi che sto portando avanti da diversi anni. “Frammenti di scienze inesatte” diviene così il quaderno di appunti per la realizzazione di una trilogia cinematografica dedicata al paese delle scienze inesatte. Io sono cresciuto guardando gli sceneggiati degli anni 60-70 ed è innegabile che abbiano influito sulla mia formazione. Ricordo che non ne perdevo una puntata. Ero col naso appiccicato al televisore a divorare quel bianco e nero ovattato e pregno di mistero e fascino. “Il segno del comando” era il mio preferito. Ho ancora la canzone nella testa.

In che modo la collaborazione con Pupi Avati ha influito il tuo modo di concepire un tuo lavoro ?
- Lavorare con Pupi è stata un esperienza bellissima anche se massacrante: tre anni sullo stesso film. Io ammiro il suo cinema, o meglio il versante gotico del suo cinema. “L’arcano incantatore” è uno dei suoi film che preferisco, ma anche “Zeder”, un po’ meno “La casa dalle finestre che ridono”, non sono mai riuscito ad apprezzare quel film. L’insegnamento più grosso di Pupi riguarda il lavoro con l’attore. Credo che lui sia uno dei più grandi direttori di attori. E’ in grado di far recitare anche i sassi. Riesce a trovare la particolarità espressiva di persone che altri non farebbero neanche entrare ad un provino. Non a caso le più grandi scoperte attoriali di questi ultimi anni sono sue: Diego Abatantuomo, Neri Marcorè, Katia Ricciarelli. Spero di mettere a frutto il suo insegnamento e di riuscire a dedicarmi alla recitazione e alla direzione degli attori, cosa che ho tralasciato su “Frammenti di scienze inesatte”.

Quali difficoltà hai dovuto superare per poter arrivare a girare questo tuo esordio ? Il film è datato 2004 ma sembra che solo ora sia riuscito ad avere una certa eco, come mai ?
- Non ho avuto grandissime difficoltà a realizzarlo, grazie all’appoggio della scuola di cinema a Cinecittà nella quale insegno e di una casa di produzione indipendente, la White Shark Production. Ho avuto poi l’appoggio di professionisti del settore che hanno lavorato con me in compartecipazione per riuscire a realizzare il film contenendo il budget: Briseide Siciliano per le scenografie, Ugo Lo Pinto per la fotografie e David Vecchiato con i suoi Za Bùm per le musiche. Circola solo ora perché sono tremendamente pigro, sconsiderato e troppo preso da altri progetti molto più grandi e stressanti. Ognuno dovrebbe fare solamente il proprio lavoro; far circolare un film è un lavoro difficile. Credo sia più difficile la promozione che la realizzazione.

Come ti sei trovato a lavorare con i giovani attori ?
- Poveracci… li ho completamente abbandonati a se stessi. Ma hanno dato il meglio e colgo l’occasione per ringraziarli. Li ho scelti sulla base del loro aspetto. Dovevano assolutamente assomigliare ai miei disegni. Poi ho discusso con loro le caratteristiche dei vari personaggi e dello script. In prossimità delle riprese sono stato fagocitato dai mille problemi di una produzione indipendente e così mi sono allontanato da loro. Non si ripeterà più!

Perché secondo te in Italia continuiamo a rimpiangere, giustamente, il cinema di genere ma quando si tratta di aiutare giovani o registi esordienti sembra che tutti siano sordi al richiamo ?
- Perché le logiche di mercato sono contorte, quanto spietate. I produttori ragionano con la calcolatrice e i film che funzionano a tavolino sono quelli fatti con la fotocopiatrice. La logica delle proiezioni di mercato, del rientro garantito, non favoriscono certo le idee e la scoperta di nuovi autori. La parola “Autore” poi, per un finanziatore è come una pallottola d’argento per un licantropo. A questo poi bisogna aggiungere il modo di fare tipico italiano e il gioco è fatto: tanti conti, tante chiacchiere, tanti ricordi dei bei tempi e fatti zero.

E' il cinema indipendente la risposta a quanto (non) sta accadendo nel nostro cinema ?
- No. Il cinema indipendente non è la risposta. L’indipendenza è solo un esigenza vitale che raramente porta lontano. Per fare cinema ci vogliono i soldi, tanti soldi ed ecco tornare le logiche di mercato. Bisogna cambiare il mercato. Rischiare in maniera calcolata per apportare qualcosa di nuovo.

"Imago mortis" ha un titolo piuttosto accattivante: ci puoi dire a che punto sia e di cosa tratta ?
- A che punto è? E’ al terzo anno di trattativa e sviluppo, ma credo che partirà a breve (almeno spero, altrimenti ci scappa il morto). E’ un horror. Un film di fantasmi, una “ghost story” in piena regola, con tutti gli elementi tipici di questo genere, ma cullato all’interno di una struttura fiabesca, in un’atmosfera perturbante, inquietante. “Imago mortis” nasce dal desiderio di costruire una favola nera ambientata a Roma, una fiaba gotica popolata di spettri terribili, di fanciulli indifesi che cercano di sfuggire ad orchi sanguinari, di anime candide che, dopo un esistenza tormentata, non esitano a sacrificarsi nel nome del bene. Elemento fondamentale di questa storia è il mondo delle immagini ed in particolare il cinema e la fotografia. Bruno è uno studente di cinema, Arianna, la sua amata è una studentessa di iconografia medica, tutti i personaggi ruotano attorno, in un modo o nell’altro, alla cattura delle immagini. Si parla continuamente di cinema, degli albori della storia del cinema, con particolare riferimento ai grandi maestri del cinema espressionista. A suo modo anche questo vuole essere un film “espressionista”, seppure realizzato ad un secolo di distanza. Ci saranno continui riferimenti formali e strutturali a pellicole che ritengo tuttora insuperate, come “Il gabinetto del Dottor Caligari”, “Lo studente di Praga” e “Il Golem”, naturalmente filtrati dall’evoluzione del linguaggio cinematografico e dall’uso delle moderne tecnologie digitali. Come in ogni favola che si rispetti, anche in questa esiste una presenza sinistra che minaccia la normale esistenza dei nostri due ignari protagonisti, una sorta di oscura ombra destinata a divenire un agghiacciante minaccia, ovvero lo spettro di un ipotetico gesuita allievo di Athanasius Kirker. L’orco di questa favola, immaginariamente vissuto nel seicento, è inventore, grazie al fenomeno della persistenza retinica, di un sinistro sistema precursore della fotografia. Il film ruota attorno a questa immaginifica tecnica fotografica denominata “Thanatografia. Naturalmente tutto questo è frutto di fantasia, ma poggia le sue basi su reali sperimentazioni scientifiche, sugli effettivi studi del Kircher, figura strabiliante e realmente esistita, sulle esperienze ottiche di Newton, sugli studi anatomici e scientifici dell’epoca barocca.

In fase di sviluppo stai preparando "Il viaggio di Peter Morgenstern, criptozoologo", cosa ci dici in merito ?
- Ho appena finito il primo draft dello script. E’ forse il progetto più intimo e personale. Si tratta di un film di viaggio che segue le mosse del fantomatico Peter Morgenstern. Un illustratore, fotografo, filmaker, zoologo, in poche parole il mio alter ego cinematografico. Peter decide di partire per realizzare un bestiario fantastico su tutte le creature che non esistono: sirene, basilischi, mostri marini, calamari giganti... Parte e si mette sulle sue traccie una ragazza che studia lumache ed innamorata di lui fin dall'infanzia: Helix Pomatia. Helix ha la stramba peculiarità di vedere le persone morte, in particolare i bambini. A completare il terzetto c'è infine un turpe individuo che segue ogni mossa di Peter ed Helix, annotando tutto sul suo misterioso taccuino nero: Nick Hoffman. C'è poi uno strambo balocco: mister Topòr, l'omino dei ricordi. Un invenzione del bisnonno di Peter, che consente di organizzare e tenere viva la memoria delle persone. Il viaggio si snoda nella vecchia Europa. Italia, Spagna, Francia, Inghilterra, Germania, Repubblica Ceca, Scandinavia... fino ad una misteriosa isola dove sorge un inquietante orfanotrofio che accomuna i nostri tre personaggi e dove sono custodite agghiaccianti verità. Il film dovrebbe essere realizzato con "spirito indipendente", su un canovaccio preciso ma che possa essere anche arricchito durante il viaggio reale da compiere assieme alla troupe e agli attori. Una volta raccolto il materiale di viaggio vorrei poi girare tutto il materiale relativo agli interni in teatro di posa, costruendo le ambientazioni fantastiche ed incubotiche di cui il film ha bisogno. Vorrei chiaramente lavorare in HD, per ovvie ragioni creative e produttive. In questo momento sto muovendo i primi passi e sono alla ricerca di fondi e di società di produzione italiane e straniere che possano appoggiare il progetto. E' un film a basso budget, ma cifre dignotose per garantire un buon risultato sono indispensabili.

Tre film che trattano più o meno temi simili pur essendo questo soltanto una mia idea: la scienza va pari passo con la morte ?
- La scienza va assai più lenta della morte. In fondo l’obbiettivo primario della scienza è vincere la morte. O sbaglio?

E per non stare con le mani in mano stai preparando un altro progetto intitolato "Falene": di questo tuo prossimo lavoro cosa ci puoi rivelare ?
- E’ una storia di spettri ed insetti, ambientata in un oscuro istituto di zoologia in un paesino disperso tra le scogliere della Cornovaglia. La terribile storia della scoperta di una misteriosa sostanza contenuta nei bruchi di una falena, fatta da una pazza del periodo vittoriano: Tryphaena Williams, l’impagliatrice. Il protagonista è Tim, un timido illustratore scientifico con la passione dell’animazione in stop-motion.

Cosa ne pensi del modo di fare cinema in Italia ? Possiamo risollevarci oppure no ?
- No. Assolutamente no.

Perché non si pensa a fare un cambio generazionale coi registi italiani ? Di questo passo non si rischia di morire pian piano senza avere più nessuna possibilità di rialzare la testa ?
- Torniamo alle logiche di mercato, alla mentalità italiana e all’appiattimento televisivo, che poi è una scusa. La televisione si sta rinnovando più del cinema e serie tipo “Carnevale” o “Lost” hanno da insegnare anche a chi fa cinema per la sala.

Come mai in altri paesi europei come ad esempio la Francia o la Spagna c'è chi investe ancora sul cinema di genere mentre da noi a parte le solite commedie o i film lacrimosi difficilmente si crea qualcosa di buono ?
- Il problema è sempre quello. L’italiano è cacasotto, punta su quello che è sicuro… ma che ha forza di rimanere in magazzino ammuffisce. Hai presente la brava massaia che fa le conserve in casa per risparmiare e per salvaguardare la salute di tutta la famiglia e che poi avvelena marito, figli e vicini col botulino? Ecco, la stessa cosa.

Vuoi aggiungere qualcosa che non ti ho chiesto ?
- Un accenno ad un altro progetto al quale sto lavorando: “Alice sottoterra”. E' un film in stile "Non aprite quella porta", "La casa del diavolo", "Le colline hanno gli occhi", rivisitato chiaramente alla mia maniera. Un film sul mondo dell'infanzia e delle fiabe, sugli studi deviati di psichiatria condotti da un agghiacciante dottore che ama farsi chiamare dai suoi piccoli pazienti il " Reverendo", come Lewis Carroll.

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Elenco Interviste

+ 19. Orchidea De Santis

+ 18. Liu Bosisio

+ 17. Barbara Magnolfi

+ 16. Nina & Ai

+ 15. Stefano Bessoni

+ 14. Davide Pulici

+ 13. Marco Dimitri

+ 12. Ivan Cattaneo

+ 11. Don Backy

+ 10. Luca Cirillo

+ 09. Enzo G. Castellari

+ 08. Isabella Santacroce

+ 07. Dardano Sacchetti

+ 06. Antonio Bido

+ 05. Marco Cortesi

+ 04. Roger Fratter

+ 03. Alda Teodorani

+ 02. Simona Brancati

+ 01. Cesare Canevari




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